Scienza dell'alimentazione

Dieta chetogenica: nuova ricerca svela effetti positivi

La dieta chetogenica viene spesso raccontata in due modi opposti: come la soluzione a tutti i problemi metabolici oppure come una dieta estrema da evitare.

Ma cosa succede quando la mettiamo alla prova in un vero studio clinico?

Una nuova ricerca pubblicata il 27 agosto su Cell Metabolism dalla Washington University School of Medicine di St. Louis offre una risposta interessante.

I ricercatori hanno studiato persone con obesità metabolicamente non sana, prediabete e steatosi epatica, confrontando tre diversi approcci alimentari: una dieta chetogenica molto povera di carboidrati, una dieta mediterranea e una dieta molto povera di grassi e prevalentemente vegetale.

L’obiettivo era ottenere una perdita di peso moderata, circa il 10%, e capire se la composizione della dieta producesse effetti diversi sul metabolismo.

Il primo risultato è importante: dimagrire ha fatto bene a tutti.

La sensibilità all’insulina dei muscoli è migliorata di circa il 50% in tutti e tre i gruppi.

Ma il fegato ha raccontato una storia diversa.

Nel gruppo chetogenico, l’aumento della sensibilità insulinica epatica è stato circa 2–3 volte superiore rispetto agli altri due gruppi. Sono inoltre diminuoti maggiormente il grasso accumulato nel fegato, la produzione endogena di grassi, l’emoglobina glicata e i livelli di glucosio e insulina misurati nell’arco delle 24 ore.

Non significa che la dieta chetogenica sia “la dieta migliore”.

Ma significa che non tutte le perdite di peso sono metabolicamente identiche.

Ed è proprio qui che il dibattito sulla keto dovrebbe diventare più interessante.

Perché una dieta chetogenica non dovrebbe significare semplicemente togliere pane, pasta, dolci e patate e mangiare meno.

Se diventa soltanto una dieta ipocalorica mascherata, con fame e una lunga lista di divieti, probabilmente stiamo utilizzando male lo strumento.

La qualità della dieta conta.

Conta la scelta dei grassi. Conta la quantità e la qualità delle proteine. Conta la fibra. Contano gli alimenti utilizzati per costruire i pasti. E conta soprattutto l’obiettivo per cui una strategia chetogenica viene adottata.

La chetosi, in altre parole, non dovrebbe essere una religione alimentare.

È uno strumento metabolico.

E come ogni strumento può essere utilizzato bene oppure male.

Questo è forse il messaggio più interessante che arriva dalla ricerca di Washington University: quando persone con obesità, prediabete e steatosi epatica raggiungono una perdita di peso simile, la composizione dei macronutrienti può influenzare alcuni risultati metabolici, soprattutto a livello del fegato.

Naturalmente, questo non significa che tutti debbano seguire una dieta chetogenica. Lo studio ha riguardato una popolazione specifica e non dimostra che la keto sia superiore per ogni persona o per ogni obiettivo.

Ma dovrebbe forse farci superare un’altra idea: che per dimagrire basti mangiare meno.

La longevity non consiste semplicemente nel pesare meno.

Consiste nel mantenere nel tempo un organismo metabolicamente efficiente, preservando salute, autonomia e qualità della vita.

E se per alcune persone una strategia low-carb o chetogenica può essere uno strumento utile, vale la pena imparare a utilizzarla bene, invece di liquidarla come una moda o trasformarla in una dieta punitiva.

Anche perché mangiare per la salute non dovrebbe significare rinunciare al piacere.

È esattamente il motivo per cui a Grezzo sviluppiamo prodotti keto e senza zucchero: per dimostrare che un’alimentazione attenta ai carboidrati può continuare a essere appagante.

Perché una strategia nutrizionale funziona davvero quando riesce a entrare nella vita delle persone.

Non si tratta di scegliere tra salute e piacere.
Si tratta di imparare a farli convivere.